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Premessa

La fotografia è il processo fotochimico mediante il quale l'immagine di un qualsiasi oggetto, ottenuta nella camera oscura, viene fissata e resa permanente su un supporto adeguato: è la conseguenza finale, dunque, di un processo basato sui raggi luminosi. Esistono però importanti applicazioni di fotografia ottenuta con radiazioni invisibili (raggi Roentgen, raggi infrarossi, raggi ultravioletti).

Aspetti tecnici

 

Attualmente, esistono in commercio apparecchi estremamente sofisticati: tuttavia, il principio è rimasto sempre lo stesso. L'immagine, catturata nella camera oscura, viene proiettata sul supporto sensibile su cui è distesa l'emulsione a base di bromuro d'argento, sensibile alla luce. I raggi luminosi provenienti dal soggetto colpiscono tale supporto generando una trasformazione dei sali d'argento. Paradossalmente, questo aspetto è a tutt'oggi poco chiaro: pare, comunque, che si vengano a formare dei nuclei di argento metallico in seno ai granuli di alogenuro dell'emulsione: l'alogeno che viene sprigionato reagisce immediatamente con la gelatina impedendo la ricostruzione del sale d'argento. Così si forma la cosiddetta immagine latente, invisibile. La luce agisce sui granuli di alogenuro d'argento, presenti nell'emulsione, in misura proporzionale all'illuminamento del soggetto nei suoi vari punti. Lo strato di emulsione subisce così delle modifiche che però non lasciano tracce apparenti. Qui si scontrano due differenti scuole di pensiero.

La prima sostiene che l'azione della luce determina la scissione di piccole quantità di bromuro d'argento nei suoi componenti: l'alogeno così liberato viene assorbito dalla gelatina impedendo di fatto la ricostruzione dell'alogenuro.

La seconda sostiene che quando un fotone hv colpisce un cristallo di alogenuro (formato da ioni Ag+ e da ioni Br-) vi penetra e reagisce sullo ione Br-, cedendogli la sua energia. Lo ione Br- espelle a questo punto un elettrone e torna ad essere un atomo neutro di bromo, come rappresentato dalla reazione Br- + hv →Br+ e. L'elettrone espulso penetra nello ione Ag+ e costituisce così l'atomo neuto d'argento sul quale agisce poi il rivelatore nel processo di sviluppo. Il successivo trattamento di sviluppo, in laboratorio, fa sì che l'argento primario invisibile dell'immagine latente, in presenza di opportuni riducenti presenti nel rivelatore, agisca da catalizzatore, scindendo ulteriormente le molecole di alogenuro e provocando la deposizione dell'argento nero, visibile. Il trattamento di fissaggio, infine, stabilizza l'immagine, rendendola inalterabile alla luce, e quindi durevole. Tutto questo è il processo negativo che comprende l'impressione, lo sviluppo e il fissaggio. L'immagine così ottenuta è negativa, cioè in essa appaiono zone scure laddove nel soggetto sono chiare e viceversa. Dal negativo si ricava l'immagine positiva, cioè identica al soggetto, impressionando con il negativo della carta sensibile recante un'emulsione analoga, ma più semplice (processo positivo). Questo processo può essere effettuato ponendo il negativo direttamente a contatto con la carta (stampa a contatto) oppure negli ingranditori, interponendo un obiettivo (stampa a ingrandimento). La carta viene sottoposta agli stessi trattamenti di sviluppo e fissaggio che rendono definitiva e inalterabile l'immagine, che a questo punto costituisce la fotografia vera e propria. La carta sensibile utilizzata generalmente è quella al bromuro o al clorobromuro d'argento. Le carte ai sali di ferro sono generalmente utilizzate per riproduzioni a contatto di disegni tecnici (carta cianografica ed eliografica). Infine, le carte ai sali di cromo vengono utilizzate per effetti artistici (processi al carbone o al pigmento e alla gomma, processi all'olio, resinotipia, processo al bromolio). Non risultano praticamente più in uso, invece, le carte ad annerimento diretto (aristotipica, celloidina, albumina). 


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Storia della fotografia

Premessa

La fotografia è il processo fotochimico mediante il quale l'immagine di un qualsiasi oggetto, ottenuta nella camera oscura, viene fissata e resa permanente su un supporto adeguato: è la conseguenza finale, dunque, di un processo basato sui raggi luminosi. Esistono però importanti applicazioni di fotografia ottenuta con radiazioni invisibili (raggi Roentgen, raggi infrarossi, raggi ultravioletti).

Cenni storici

 

 

 

E' dunque d'obbligo fare riferimento alla prima vera descrizione di una camera oscura, fatta da Leonardo nel 15° secolo e a quelle della camera completa di obiettivo, fatte dai vari Barbaro, Benedetti e Della Porta, anche se è necessario aggiungere che le prime osservazioni sull'azione fotochimica della luce risalgono ai tempi dell'antica Grecia. Una fase sicuramente importante fu l'osservazione dell'oscuramento del cloruro d'argento: nel 1556 G. Fabritius ne rilevò i risultati, senza però attribuirne le cause alla vera fonte: solo nel 1727 J.H. Schultze dimostrò che tale fenomeno era dovuto alla luce e non all'aria. Possiamo dunque fissare in questo periodo la vera svolta della ricerca moderna sulla fotografia. Il primo a ottenere il fissaggio durevole su supporto di un'immagine fu il  francese G.N. Niepce nel 1822, servendosi di una lastra di rame ricoperta d'argento, con un tempo di posa di 10-12 minuti circa. Tale tempo di posa fu successivamente ridotto dal suo connazionale J.M. Daguerre (padre dei dagherrotipi) che lavorava con luci intensissime, riuscendo in tal modo a fissare anche immagini di persone. Ma i passi decisivi li misero a segno vent'anni dopo W.H. Fox-Talbot, che riuscì a fissare le immagini su carta sensibile e  F. Scott-Archer, che mise a punto il processo al collodio che si affermò per trent'anni circa. Successivamente, alla fine del 19° secolo, vari inventori migliorarono il procedimento, grazie alla scoperta e al perfezionamento delle gelatine al bromuro d'argento, estremamente sensibili alla luce e causa primaria della diffusione, finalmente su larga scala, della fotografia.
Leonardo Da Vinci, una delle prime foto della storia e un'antica camera oscura.
Louis Jaques Mandè Daguerre

Aspetti tecnici

 

Attualmente, esistono in commercio apparecchi estremamente sofisticati: tuttavia, il principio è rimasto sempre lo stesso. L'immagine, catturata nella camera oscura, viene proiettata sul supporto sensibile su cui è distesa l'emulsione a base di bromuro d'argento, sensibile alla luce. I raggi luminosi provenienti dal soggetto colpiscono tale supporto generando una trasformazione dei sali d'argento. Paradossalmente, questo aspetto è a tutt'oggi poco chiaro: pare, comunque, che si vengano a formare dei nuclei di argento metallico in seno ai granuli di alogenuro dell'emulsione: l'alogeno che viene sprigionato reagisce immediatamente con la gelatina impedendo la ricostruzione del sale d'argento. Così si forma la cosiddetta immagine latente, invisibile. La luce agisce sui granuli di alogenuro d'argento, presenti nell'emulsione, in misura proporzionale all'illuminamento del soggetto nei suoi vari punti. Lo strato di emulsione subisce così delle modifiche che però non lasciano tracce apparenti. Qui si scontrano due differenti scuole di pensiero.

La prima sostiene che l'azione della luce determina la scissione di piccole quantità di bromuro d'argento nei suoi componenti: l'alogeno così liberato viene assorbito dalla gelatina impedendo di fatto la ricostruzione dell'alogenuro.

La seconda sostiene che quando un fotone hv colpisce un cristallo di alogenuro (formato da ioni Ag+ e da ioni Br-) vi penetra e reagisce sullo ione Br-, cedendogli la sua energia. Lo ione Br- espelle a questo punto un elettrone e torna ad essere un atomo neutro di bromo, come rappresentato dalla reazione Br- + hv →Br+ e. L'elettrone espulso penetra nello ione Ag+ e costituisce così l'atomo neuto d'argento sul quale agisce poi il rivelatore nel processo di sviluppo. Il successivo trattamento di sviluppo, in laboratorio, fa sì che l'argento primario invisibile dell'immagine latente, in presenza di opportuni riducenti presenti nel rivelatore, agisca da catalizzatore, scindendo ulteriormente le molecole di alogenuro e provocando la deposizione dell'argento nero, visibile. Il trattamento di fissaggio, infine, stabilizza l'immagine, rendendola inalterabile alla luce, e quindi durevole. Tutto questo è il processo negativo che comprende l'impressione, lo sviluppo e il fissaggio. L'immagine così ottenuta è negativa, cioè in essa appaiono zone scure laddove nel soggetto sono chiare e viceversa. Dal negativo si ricava l'immagine positiva, cioè identica al soggetto, impressionando con il negativo della carta sensibile recante un'emulsione analoga, ma più semplice (processo positivo). Questo processo può essere effettuato ponendo il negativo direttamente a contatto con la carta (stampa a contatto) oppure negli ingranditori, interponendo un obiettivo (stampa a ingrandimento). La carta viene sottoposta agli stessi trattamenti di sviluppo e fissaggio che rendono definitiva e inalterabile l'immagine, che a questo punto costituisce la fotografia vera e propria. La carta sensibile utilizzata generalmente è quella al bromuro o al clorobromuro d'argento. Le carte ai sali di ferro sono generalmente utilizzate per riproduzioni a contatto di disegni tecnici (carta cianografica ed eliografica). Infine, le carte ai sali di cromo vengono utilizzate per effetti artistici (processi al carbone o al pigmento e alla gomma, processi all'olio, resinotipia, processo al bromolio). Non risultano praticamente più in uso, invece, le carte ad annerimento diretto (aristotipica, celloidina, albumina). 

 

La fotografia a colori

 

I primi tentativi di riprodurre un soggetto nei suoi colori naturali risalgono ai primi esperimenti fotografici successivi all'enunciato di J.C. Marxwell (tutti i colori possono essere ottenuti partendo dai tre colori fondamentali). Lo stesso Marxwell, oltre a C. Cros e L. Ducos, condusse esperimenti in tal senso, perfezionando (1869) alcuni processi di riproduzione tricromica, per sintesi additiva e per sintesi sotrattiva dei colori. Successivamente, (1914) L. Lumiére portò tali esperimenti su un piano pratico, dal quale sono poi derivati i processi attuali. La ripresa del soggetto si effettua attraverso tre filtri di selezione, colorati ciascuno con uno dei tre colori primari (rosso, verde, blu)  in modo tale da ottenere tre negativi corrispondenti ai tre filtri; questi negativi, in bianco e nero, presentano ciascuno delle zone annerite che corrispondono all'azione effettiva esercitata, rispettivamente, dai raggi rossi, verdi e blu. I tra negativi possono essere distinti, come nel caso della tricromia che è un processo di riproduzione fotomeccanica a colori usato specialmente in tipografia, oppure sovrapposti, in un'unica pellicola. Se ciascuno dei tre positivi, ottenuti su un supporto trasparente dai corrispondenti negativi, viene illuminato con una sorgente di luce bianca filtrata con un filtro dello stesso colore fondamentale usato per ottenere il negativo, e proiettato su uno schermo contemporaneamente agli altri due, si otterrà un'immagine unica, che riprodurrà il soggetto nei suoi colori originali con fedeltà. Questa procedura è definita sintesi additiva dei colori. Se invece ciascuno dei positivi viene colorato, mediante pigmentazione, nel colore complementare di quello del filtro corrispondente, e i tre positivi così trattati vengono allineati ed esposti ad una unica fonte luminosa che li proietta su schermo, il risultato ottenuto è definito per sintesi sotrattiva. Oggi, il campo della fotografia a colori è dominato da modernissimi processi sotrattivi, accessibili a tutti. Per correttezza, è giusto precisare che i primi processi sotrattivi moderni furono il kodachrome e l'agfacolor vecchio. Attualmente, sono presenti l'agfacolor nuovo, l'ansocolor, l'ektachrome, il ferraniacolor, il gevacolor, l'ilfordcolor, il kodachrome; il technicolor è utilizzato esclusivamente in cinematografia.

Due foto della Sardegna scattate dallo shuttle Discovery (© NASA):  la potenza e la precisione raggiunta dagli attuali strumenti fotografici sono una sorta di gratifica postuma per tutti coloro che hanno dato il proprio contributo per renderne possibile l'evoluzione. Oggi le foto raccontano la guerra e la pace, documentano l'amore e l'odio, fanno giungere fino a noi immagini di terre lontane, ci mostrano nel dettaglio le meraviglie della natura: neppure l'avvento del cinematografo prima e della televisione poi sono riuscite a sottrarne interesse.

 
Ma bisogna vedere chi c'è dietro.

La tecnologia, da sola, non basta: il fattore umano, nel campo della fotografia artistica è tutto: impossibile improvvisarsi, impossibile sperare di raggiungere risultati validi sotto il profilo artistico se non si ha una componente artistica che scorre nelle vene: le conoscenze tecniche sono raggiungibili con tempo e impegno, la componente artistica no.

   

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